Aerial Suburbia [Ross Racine]

Ross Racine draws fictive urban patterns, mostly suburbias, surrounded by a desert or agricultural looking environment. All artworks are produced freehand, no scans or photos are included in the process. Drawings are printed on high-end inkjet printer.

9_work

3_work-1

3_work

7_work

8_work

11_image

12_work

13_work

5_work

2_image

Black (that) white – Missis Typewriter

R0010526

R0010545

R0010443

R0010559

R0010645

R0010638

R0010577

R0010625

R0010615

R0010613

R0010647

R0010695

Picasso: Drawing with light (with Gjon Mili)

January 30, 1950

On his way to the Riviera to photograph the painter Pablo Picasso, Gjon Mili talked in Paris with Picasso’s nephew, the young painter Javier Vilato, who quoted his uncle: “If you want to draw, you must shut your eyes and sing.”
“I deliberated,” Mili has written. “Why not have him draw in the dark, with a light instead of a pencil?” Later Mili met Picasso on the beach.
“I am a photographer, and I would like to do your portrait.”
“Oh? Go ahead,” Picasso answered, making a face.
“No, serious. Serious,” replied Mili.
“At that point,” as Mili tells it, “I confronted him with a photograph, taken in darkness but showing a skater’s leap traced with lights attached to the skates. Picasso reacted instantly. Intrigued, he began drawing with his finger in the thin air.” They arranged to meet at a pottery in Vallauris. In the dark, after Mili fired his flash, Picasso sketched a centaur in the air. Even though he neglected to put his signature on the drawing, there can be scant suspicion of a forgery.

LIFE Classic Photographs
John Loengard, 1988, Little, Brown and Company

475x337

475x597

475x641

LIFE photographer Gjon Mili visited Picasso in 1949. Mili showed the artist some of his photographs of ice skaters with tiny lights affixed to their skates jumping in the dark—and Picasso’s mind began to race. The series of photographs that follows—Picasso’s light drawings—were made with a small flashlight in a dark room; the images vanished almost as soon as they were created.

50378939

50435345

55957033

53369037

72386434

50702012

50695728

50378943

50378944

E’ ora di parlare chiaro [Johann Hari] – The Indipendent

Espressioni come “cambiamento climatico”, “commercio equo” e “mortalità infantile” sono entrate ormai a far parte del lessico di tutte le lingue europee. Sull’Independent, Johann Hari sostiene che simili espressioni nascondono fini politici che plasmano poco alla volta il nostro modo di pensare. E afferma che è giunta l’ora di eliminarle una volta per tutte.

La lingua necessita periodicamente di una bella ripulita a fondo, con la quale raschiare via le frasi rimaste appiccicate al pavimento  o buttare via una volta per tutte le metafore in putrefazione scivolate inavvertitamente tra le fessure dello schienale del divano. George Orwell aveva messo in guardia da tale pericolo: disse infatti che un giorno la lingua sarebbe inevitabilmente diventata un insieme indistinguibile di espressioni che hanno perso il loro significato originario oppure – eventualità di gran lunga peggiore – “sono state concepite di proposito per far sì che le menzogne suonino veritiere e  l’omicidio rispettabile, per dare un’apparenza di solidità alle folate di vento”. Aveva anche consigliato come procedere: “Se si tolgono di mezzo queste cattive abitudini, si riesce a pensare più chiaramente, e pensare chiaramente è il primo passo indispensabile da compiere verso una rigenerazione politica”.

Faccio qui riferimento a frasi e modi di dire che pur ponendosi come altrettante descrizioni obiettive del mondo, contengono di fatto una sorta di programma politico segreto, che agisce su chi le ascolta modificandone e plasmandone le opinioni. Un esempio lampante e recente è l’espressione “tecniche aggressive di interrogatorio”, un eufemismo creato ad hoc dalla destra americana per rendere asettica la tortura e soprattutto per farla risultare accettabile. Capita spesso che la lingua debba piegarsi ed essere  alterata di proposito per motivi strettamente politici. Negli anni Ottanta, per esempio, i propugnatori della fallita “guerra agli stupefacenti”  lottarono strenuamente per cambiare l’espressione “uso di stupefacenti” (drug use) – diretta, semplice, senza ulteriori implicazioni – in “abuso di stupefacenti”. Questa seconda espressione evoca al contrario immagini sinistre, essendo per esempio rapportabile a  “child abuse”, violenza o maltrattamenti su minore. In ogni caso,  che cosa significa di preciso? Come può qualcuno che fuma marijuana una volta alla settimana “abusare” dello stupefacente? Significa forse che “maltratta le proprie canne”?

E il commercio iniquo?

Quali sono le espressioni che depennerei ed eliminerei volentieri dall’uso comune? Eccone un breve elenco: etichettare i generi alimentari come prodotti del “commercio equo”. Questa espressione lascia supporre che pagare un salario decente a chi è disperatamente povero sia un gratificante cambiamento di direzione rispetto alla norma. In realtà, dovrebbe essere  dato per scontato: si tratta di un errore e di una grave mancanza degli esseri umani civilizzati. Se credessimo una cosa simile, occorrerebbe cambiare tutte le altre etichette: dovrebbero essere dunque tutti gli altri prodotti a fregiarsi di etichette di altro tenore, per esempio  “commercio iniquo”, “commercio rapace”, “commercio-paghiamolo-una-miseria”.

E poi: “mortalità infantile”. Questa espressione suona asettica, puramente clinica. Chi si commuove sentendola? In realtà è un’espressione che si riferisce a  neonati che muoiono. Volete  un esempio? Eccolo: in Malawi, nell’Africa sud-orientale, la terra si era impoverita dopo essere stata sfruttata in modo esagerato. Di conseguenza, il governo democratico ha adottato la zelante politica di elargire sussidi per l’acquisto di fertilizzanti. Gli agricoltori affamati del Paese ne hanno ricevuti sacchi interi a un terzo del prezzo reale, e il Paese è letteralmente rifiorito. A quel punto la Banca Mondiale è intervenuta, condannando l’accaduto come una “pratica distorsiva del mercato” e ha fatto sapere  che se il Malawi intendeva continuare a ricevere prestiti doveva interrompere immediatamente tali pratiche. I sussidi così si sono fermati e i raccolti del Paese sono crollati. È iniziata una carestia e la “mortalità infantile” è aumentata. Ciò di cui parliamo usando questa espressione sono tantissimi neonati morti in modo assolutamente immotivato. Tre anni fa il governo del Malawi ha finalmente ingiunto alla Banca Mondiale di pagare i suoi prestiti, e i sussidi per i fertilizzanti sono ripresi. Adesso nessuno muore più di fame in Malawi e il Paese è diventato il principale esportatore unico di cereali per il World Food Programme dell’Africa meridionale.

I bambini non hanno dio

Altra espressione da cancellare: “bambini cristiani/musulmani”. Sistematicamente i bambini sono definiti “cristiani” o “musulmani” o “ebrei” o ancora in altri modi, conformemente alla religione praticata dai loro genitori, per legittimare il loro inserimento in scuole dove vige la segregazione imputabile alla superstizione, dove saranno indottrinati in tale confessione. I bambini, però – come Richard Dawkins ha fatto presente – non hanno religione. Non hanno letto i testi sacri, non hanno meditato su di essi, non sono giunti a una conclusione plausibile sulla base di prove. Chi utilizza dunque quell’espressione non vuole che lo facciano, o meglio vuole che lo facciano a un’età in cui le loro facoltà razionali sono ancora insufficientemente formate, e vogliono che idee, testi e parole si imprimano così a fondo nelle loro menti da far sì che si incolleriscano o si sentano confusi quando ascoltano argomenti razionali di contenuto esattamente contrario. Dovremmo pertanto riferirci a loro chiamandoli “bambini con genitori cristiani/musulmani/ebrei”, con la chiara implicazione che avranno il diritto di farsi le loro idee in fatto di religione.

Disfacimento dell’ecosistema

“Cambiamento climatico”: questa espressione è stata inventata dal sondaggista repubblicano Frank Luntz quando ha scoperto che i focus group ritenevano troppo terrificante l’espressione “riscaldamento globale”. “Cambiamento climatico” invece risulta dolce, gentile, evoca la nostra latente consapevolezza che il clima è cambiato naturalmente lungo tutta la sua storia. Anche “riscaldamento globale” è un modo di dire problematico, poiché ci fa immaginare qualcosa che sia rimasto troppo a lungo sotto il Sole. L’espressione più accurata per indicare tale fenomeno potrebbe essere “disfacimento dell’ecosistema”, o anche “scompiglio climatico” oppure “catastrofico riscaldamento globale provocato dall’uomo”. Si tratta innegabilmente di formule difficilmente utilizzabili, ma quanto meno sono oneste.

Di espressioni da cancellare ne potrei suggerire molte altre. Per esempio, l’uso dei titoli nobiliari da parte di commentatori e giornali della repubblica  è alquanto bizzarro: perché non possiamo semplicemente chiamare per nome la famiglia Windsor, come facciamo con chiunque altro? Perché non parlare della “regina” chiamandola semplicemente Elizabeth Windsor? Perché non chiamare suo figlio Charles Windsor? Servirebbe a intaccare la loro ridicola e immeritata aura e contribuirebbe a introdurre una logica repubblicana nella nostra lingua. Orwell disse che dovremmo “lasciare che sia il significato a cercare la parola giusta, e non il contrario”. Se ci sono neonati morti chiamiamoli così: neonati morti. Se l’ecosistema si sta disfacendo, diciamo: l’ecosistema si sta disfacendo. Soltanto se inizieremo a descrivere in tutta onestà il mondo potremo iniziare a cambiarlo.

Time and Identity: What Your Clock Says About Your Personality [Ellen Lupton]

How you deal with time is part of your identity. Are you a morning person or a night person? Are you always late or always early? Do you have a strong sense of each minute passing or do you lose yourself in activities–walking, talking, sleeping, shopping–and forget what day or hour it is? The answers are personal, but the behavior is social. When you’re running late, it’s often for an engagement involving other people: getting to work, meeting a client, picking up your kids from camp.

I didn’t start wearing a watch until I was almost thirty, but I was rarely late because I always knew where clocks were stationed in delis, banks, and coffee shops. For centuries, church bells have signaled the passing of time; the bells are still tolling where I live in Baltimore, reminding the neighborhood every 15 minutes that time is, indeed, marching on. I recently hung an outdoor clock on my shingled garage as a civic offering to the countless morning dog-walkers who frequent our quiet street. Marking time is a social act.

Today, many people have decided to keep time with cell phones or PDAs instead of wristwatches. Most of these devices need to be woken up before you can check the time–a clumsier and more obvious action than glancing at your watch during a sleep-inducing seminar or sales pitch. The same people who use their iPhones as clocks are also likely to check their email during a dreary meeting or dull dinner date. The posture of someone “secretly” texting from under the table has become an indelible icon of distraction. We can’t hear it, but we can certainly see it.

Some of us remain addicted to analog. Ruth Patkin, founder of NYC communications company Cowgirl Media, wears her Onomatopoeia wristwatch to work every day as an ever-present icon of creative possibility. Designed by M&Co, the watch substitutes tiny drawings for some of its numbers: a tree for three, a hand for five, a cat for nine, an egg for twelve. Patkin calls the watch a “magic talisman to call forth the genius of Maira Kalman [the M in M&Co] and ward off evil, uninspired thinking.” The concrete, visual character of analog time-keeping helps keep her on schedule. “It’s easier when I can actually see the hands moving around the circle, the minutes passing before my eyes.” She also appreciates the low-tech visibility of printed wall calendars and her vintage black leather Filofax.

Hourglasses are making a come-back as design objects. This one from CB2 does away with old-fashioned framing elements–it’s all clear glass and green sand, styled after a chemistry lab beaker. In the latest Harry Potter movie, there’s an hourglass that slows down when the conversation is interesting and speeds up when it starts to drone. Try programming that into your Blackberry. In short, time is always running out. Here are some slogans and sayings for making the most of the time we’ve got left.

Better never than late. This reversal of a familiar maxim comes from my friend Edward Bottone, a chef and food writer who cultivates old-school manners in our increasingly coarse and brutal age. Another friend (who will go unnamed) says that you aren’t really late until ten minutes past the appointed time. Such staggered beginnings quickly get absorbed into a business culture (especially if it’s the boss who is always late).

Life is long. The slogan “life is short” is a reminder to try new things and put mistakes behind you. My friend Claudia Matzko prefers the phrase “life is long.” This successful artist and mother of four switched careers when she was in her late 40s, going to law school and starting a new life. (She also divorced her husband and found a fabulous new mate at age 51.) While some of us obsess about leaving youth behind, others are working on a long, productive Chapter Two.

Under an hour. Why are so many meetings scheduled for a full hour? You can have meaningful exchanges in twenty minutes, or twelve minutes, or even four-and-a-half. It’s commonplace to start an hour-long meeting ten minutes late and let it run ten minutes over–and yet you could have finished the whole thing in the time spent waiting for everyone to show up. When meetings are necessary at all, try scheduling them for 2:20 instead of 2:00. People take specificity more seriously.

Don’t do lunch. Chronic lunch meetings (even without the three martinis) are a source of permanent time loss. The so-called working lunch is padded with small talk and menu chatter. Often people ask to meet for lunch because they have a favor to ask, and they hope that the Chicken Caesar will soften the blow. Suggest tea instead, or just a phone call.

Love your deadlines. On a recent international flight, I met an Egyptian woman who was traveling from Cairo to a conference in D.C. for romance writers. Under the pen nameOlivia Gates, she writes three to six Harlequin romances a year. Gates loves working against the clock, and she said that much as she loves to write, she would never give up her day job because creativity thrives in close spaces. (Her other career? Opthalmic surgeon.) Whatever you might think of her literary product, you’ve got to admire her discipline.

I’ll close with a final word about one of my favorite activities: procrastination. Everyone does it, and it’s a common source of shame and anxiety. Think about it this way: as soon as you begin fretting about not facing up to a dreaded task, you have actually begun working on it. You’re gathering ideas, forming a strategy, sharpening your weapons. Delay is inevitable, so make the most of it. Procrastination won’t hurt you as long as you start early.

Oriana Fallaci intervista Wernher von Braun [L'Europeo, 2 gennaio 1969]

Il padre del razzo Saturno che ha spinto la capsula Apollo verso la Luna, si chiama Wernher von Braun. Lo zio di Saturno si chiama Ernst Stuhlinger. I suoi parenti son tutti tedeschi malgrado siano iscritti all’anagrafe come americani. Centoventi tedeschi dai gesti secchi e la voce sferzante che si inteneriscono solo a parlar di Saturno che chiamano, con infinita dolcezza, “our baby”, il nostro bambino. Oppure “our biggest baby”, il nostro bambino più grosso. Durante la guerra, quando vivevano a Peenemünde in Germania, essi partorivano infatti bambini più piccoli che chiamavano meno pomposamente V2 e che invece di andar sulla Luna bombardavano gli inglesi di Londra. Per delicatezza mondana evito di ricordarmi che li partorivano anche per bombardare New York, e tutti sanno comunque che Hitler li amava moltissimo: il capitolo più paradossale nel romanzo del viaggio alla Luna comincia di qui. Nel 1945, quando Hitler morì e gli alleati giunsero a pochi chilometri da Peenemünde, Von Braun si trovò a dover scegliere fra gli americani e i russi: “onde piazzare il bambino nelle mani giuste”. Con decisione di cui non si rammarica, dice, corse incontro agli americani e gli consegnò tutto quanto.

ORIANA FALLACI. Che cosa si aspetta di trovare sulla Luna, dottor von Braun? Ciò che ne sappiamo è ipotesi, o teoria, e quando l’astronave atterrerà su… su… Su cosa, dottor von Braun? Sulla sabbia? Sulla roccia? Sulla lava? E potrà davvero atterrare?
WERNHER VON BRAUN. La Luna è un posto abbastanza grande e la superficie lunare non è uniforme. Vi sono montagne, sulla Luna, e pianure: indubbiamente anche la struttura della sua superficie varierà da luogo a luogo. C’è chi sostiene che è nera e scivolosa come neve ghiacciata ma, dopo ciò che abbiamo visto sulle fotografie, io sono parzialmente convinto che si possa atterrare quasi dappertutto. Certo vi saranno zone inaccessibili ai nostri veicoli ma vi saranno anche zone dove, probabilmente, sarà possibile muoverci con relativa facilità. Non lo so. Non si sa. È anche per questo che andiamo. 

Lei esclude, naturalmente, che vi esista una qualsiasi forma di vita. 
Sì, certo, lo escludo. È molto, molto, molto improbabile che sulla Luna esista la vita. Forse
spore. Nient’altro. Non v’è atmosfera, lo sa. La forza di gravità v’è ridotta a un sesto. 

E qual è la percentuale di pericolo che i tre astronauti affronteranno ad andare sulla Luna?Basta un piccolo buco nella tuta spaziale, no?, per morire.
Il cinquanta per cento del pericolo è che prima di andarci muoiano in un incidente
automobilistico qui sulla Terra. Guidano come pazzi. Uhm? L’altro cinquanta per cento è che muoiano ad andare sulla Luna. Uhm? Un buco nella tuta, lei dice. Anche se c’è un buco nella nave che galleggia sul mare, la nave va a fondo e si muore. Anche se c’è un buco nell’aereo, l’aereo precipita e si muore. Teoricamente un aereo può precipitare ogni volta che lei ci viaggia. Ma lei ci viaggia lo stesso. Davvero non vedo nessuna differenza fra le antiche navi dei fenici e le cosmonavi o le tute di oggi. Solcare il Mediterraneo su quei fragili vascelli era assai più rischioso che solcare il vuoto con capsula Apollo. Se i marinai di quei vascelli capitavano in una tempesta o contro una roccia, morivano come gli astronauti come capitano dentro una tempesta o contro una roccia.

Ma lei ci andrebbe sulla Luna, dottor von Braun? Un posticino per uno scienziato non c’è? Farebbe comodo, oltretutto, si dice.
Ci andrei sì. Eccome. Subito. E quella di includere o no uno scienziato è una discussione bruciante che dura da anni. Io per esempio sono pronto a dar ragione a chi dice che un buon geologo può osservare aspetti sulla superficie lunare che nessun astronauta per bravo che sia può nuotare. La particolare formazione di una roccia, ad esempio. Gli scienziati non dovrebbero essere esclusi, sostengo. E ripeto che ciascuno di essi soggiornando nella zona Antartica, per esempio, impara cose che a scuola non aveva imparato. D’altra parte lo scopo del primo viaggio è solo questo: riuscire a mandare tre uomini abbastanza giovani e freddi da cavarsela in caso di emergenza, solo collaudatori di aerei e ingegneri capaci di raccontarci cosa v’era di sbagliato nel disegno dell’astronave. Ciò è essenziale e gli astronauti sono esattamente ciò che ci serve attualmente: piloti che non hanno paura a gettarsi giù da un aereo e riescono a seguire le fasi di un motore che brucia senza battere ciglio. In futuro, quando il tragitto Terrà-Luna sarà diventato normale, partiranno più scienziati che piloti. Ma oggi no e io temo proprio di non avere i requisiti adatti. Forse mi accetteranno nel volo numero dieci: come si accetta un vecchio zio per farlo contento.

Magari farà a tempo a recarsi su Marte.
Marte è un’altra storia. La differenza principale tra un viaggio alla Luna e un viaggio su Marte è enormemente più lontano: di conseguenza, l’assenza dalla Terra è lunghissima. Recarsi su Marte non sarà un picnic di otto giorni come andare sulla Luna. Esigerà un equipaggiamento straordinario, una conoscenza centuplicata dello spazio: sappiamo così poco, ad esempio, delle radiazioni cosmiche. E poi bisognerà mandar molta gente, una vera e propria spedizione: tanto per dirne una, non si può far partire quindici uomini e più senza un medico capace di cavare un dente. Cosa fa un astronauta se gli fa male un dente? Abbandona i comandi? Insomma, dovremo raggiungere un livello tecnologico molto più alto per un simile viaggio, e io temo proprio che il volo su Marte sarà possibile solo dieci o quindici anni dopo il primo volo diretto alla Luna. 

Vuol dire che potremo già andarci verso il 1990?
Verso il 1985 all’incirca. Le sembra troppo lontano, uhm? 

Mi sembra spaventosamente vicino. E si aspetta anche lei di trovar vita su Marte, dottor von Braun?
Astronomi molto responsabili notano che col cambiare delle stagioni la vegetazione sboccia e appassisce. E’ indubbio che su Marte esistono almeno forme inferiori di vita. Esperimenti sulla Terra dimostrano senza ombra di dubbio che certi bacteri possono vivere e propagandarsi anche in un ambiente ostile come quello di Marte dove non esiste atmosfera, la forza di gravità è ridotta a un mezzo, e la temperatura è bassissima: pensi di andare al Polo Nord, salire dieci miglia, e quello è il clima di Marte. Naturalmente quando parlo di vita diversa dalla nostra, una vita che ha avuto duecento milioni di anni per svilupparsi: mentre noi ne abbiamo avuti solo 500.000. Fra duecento milioni di anni anche la vita terrestre riuscirebbe ad adattarsi a quella marziana o, se preferisce, sarà come quella marziana. Marte è un pianeta molto più vecchio della Terra.

Niente, quindi, che assomigli all’essere umano. Non alludo necessariamente a qualcosa che sia costruito come il corpo umano: un sacco acquoso e fornito di tentacoli che chiamiamo braccia e gambe, colmo di buchi che chiamiamo orecchi e occhi e bocca. Alludo a qualcosa che si muove e possiede intelligenza…
Uhm! Quella sulle creature intelligenti su Marte è una vecchia controversia. Può darsi benissimo che Marte abbia avuto, in un passato per noi remotissimo, alte forme di civiltà. Ma oggi direi che possiamo trovarci solo bassa vegetazione, tutt’al più forme inferiori di vita animale. Non mi aspetto di trovarci piccoli uomini verdi, no. E tuttavia… tuttavia… non voglio essere definitivo su queste cose. Tutto può essere, tutto può accadere. Sulla Luna ci son stato tante volte con la mia fantasia. Su Marte, no.

Torniamo sulla Luna, dottor van Braun. E mi dica: quali sono le probabilità che gli americani approdino alla Luna prima dei russi? Alludo a una frase che lei disse a un giornalista che le chiedeva cosa avremmo trovato sulla Luna. “I russi”, rispose.
Non so fino a che punto i russi appoggino il programma lunare: hanno anch’essi i loro problemi finanziari. Sono convinto che il loro programma spaziale sia molto aggressivo: per aggressivo intendo deciso. Ma ignoro se ad essi prema, come a noi, di atterrare presto sulla Luna. Del resto ciò che preme a noi è riuscire ad atterrarci: non arrivarci a tutti i costi per primi. La Luna in se stessa non è l’unico scopo del nostro lavoro, il solo obiettivo verso il quale orientiamo il nostro programma. La Luna è un momento del nostro programma, una esercitazione.

Allude al fatto che i russi pensino di scavalcare la Luna e andar giù lontano?
Voglio dire che possono scegliere altre tappe. Non più importanti o meno importanti. Per esempio se i russi dicessero “vogliamo costruire una stazione spaziale abitata” e dicessero “questo è il punto focale del nostro programma, ci interessa di più che atterrar sulla Luna”, ciò non sarebbe meno importante che atterrar sulla Luna. Insomma, arrivar sulla Luna primi o secondi non ha molta importanza, non è il solo modo per giudicare la capacità degli uni o degli altri a sviluppare i voli spaziali. Se due uomini costruiscono due navi per navigare un oceano, e uno decide di andare su un’isola, l’altro decide di andare sull’altra. Ha importanza che ci arrivino. Spero di essere stato chiaro.

Chiarissimo. Ma resta il fatto che questa è una corsa a chi arriva primo, e gli occhi del mondo sono su questa corsa. Chi arriva primo si guadagna gli applausi e la stima. Questo da un punto di vista scientifico può essere sciocco ma da un punto di vista umano o politico non lo è affatto.
Ma e proprio per questo che abbiamo scelto la Luna: pensando a chi ci guarda. Tutti sanno cos’è la Luna e dov’è e tutti comprendono cosa diciamo quando parliamo di andarci.

Mi dica, dottor von Braun: lei pensa che le conquiste spaziali rendano più facile il pericolo di una guerra o la diminuiscano?
Questa è una domanda tremenda alla quale nessun ingegnere o filosofo o scienziato potrà mai rispondere. La mia speranza ed anche la mia convinzione è che navigare nello spazio diminuisca le probabilità di una guerra: in quanto rende la guerra totalmente assurda, un suicidio collettivo, una rovina completa, anche per chi la scatena. Secondo me questi razzi che possono essere armi tremende di distruzione sono in realtà i più potenti guardiani della pace. È ben vero che le più grandi scoperte tecnologiche sono state provocate dalle guerre, pensi alla fisica nucleare e all’aviazione, alla radionavigazione e alla medicina, in tempo di guerra infatti si esige l’impossibile dagli scienziati e dalle industrie: ma è anche vero che i voli spaziali sostituiscono perfettamente lo stimolo che di regola vien dalle guerre.

E allora le chiedo un’altra cosa: se la Luna può essere usata per scopi militari. E se il noto progetto di collaborazione coi russi è possibile o no.
Non sono nella posizione adatta a commentare gli usi militari della Luna: e questo è lo scopo del nostro programma. Solo lo spazio nell’immediata vicinanza della Terra può servire ad usi militari. Collaborare coi russi, sì che è possibile. Nel campo dei satelliti meteorologici e delle comunicazioni fra i satelliti, la collaborazione esiste già. E poi, io lo dico sempre, potremmo metterci d’accordo sullo sviluppo di una base lunare. Tu voli coi tuoi razzi e io volo con i miei: quando siamo lassù costruiamo la base insieme. Assolutamente possibile.

L’uomo è fatto per andare dovunque voglia andare.

Anche vivere sulla Luna dove non c’è né aria né acqua né tutto ciò di cui abbiamo bisogno per vivere?
Ma certo: allo stesso modo in cui si vive dentro un aereo dove ci mangiamo la nostra bistecca, ci beviamo il nostro champagne,  e siamo assistiti da una hostess graziosa. Una volta fornito di un involucro terrestre, l’uomo può vivere ovunque. E lo farà. Solo trent’anni fa nessuno credeva che si potesse viaggiare in aereo di continente in continente: ed oggi è difficile trovare posto sugli aerei intercontinentali perché son sempre pieni di donne e bambini. Ci abitueremo alla Luna come ci siamo abituati agli aerei e il vecchio discorso che l’uomo è fatto per star sulla Terra non vale più. L’uomo è fatto per stare in qualsiasi posto vuol stare e per andare in qualsiasi posto vuole andare. 

E allora vien lecito chiederci dove ci porterà questo andare, dottor von Braun. Come un bambino curioso la scienza va avanti, scopre cose che non sapevamo, provoca cose che non immaginavamo: ma come un bambino incosciente non si chiede mai se ciò che fa è bene o è male. Dove ci porterà questo andare?
Molto lontano. Come ci hanno portato lontano le scoperte di nuovi mari, di nuovi continenti, la colonizzazione di nuovi paesi. E se questo ci porterà al bene o al male nessuno può prevederlo: fino a oggi l’uomo non ha fatto che provocare un mucchio di infelicità. Ma proprio attraverso quelle infelicità l’uomo è avanzato e al posto delle civiltà che distrusse ne ah sempre fondate di nuove. Così io non credo che ciò che facciamo sia male. Gli uomini devono andare sempre più lontano, devono allargare i loro spazi e i loro interessi: questa è la volontà dei Dio. Se Dio non volesse non ci avrebbe dato il talento e la possibilità di avanzare, mutare. Se non volesse, ci fermerebbe. Ciò la stupisce? Guardi: ho conosciuto molti scienziati su questa terra e non ho mai conosciuto uno scienziato degno di portar questo nome che riuscisse a spiegar la natura senza la nozione di Dio. La scienza cerca di capire la creazione ma la religione cerca di capire il Creatore e nessuno può fare a meno di cercar di capire il Creatore. È un ben povero scienziato colui che si illude di poterne fare a meno: uno scienziato che sfiora la superficie e non guarda nel fondo. Io tento di guardare nel fondo e ci vedo del bene.

Dio voglia, dottor von Braun, che questa volta lei abbia ragione.

Pubblicato in: on Luglio 21, 2009 at 1:58 pm Lascia un Commento
Tags: , , , , ,

!

3384079793_e108f434c6

Pubblicato in: on Luglio 20, 2009 at 3:27 pm Lascia un Commento
Tags: , , , , ,

Value Flows from Abundance [Kevin Kelly]

Plentitude, not scarcity, governs the network economy. Duplication, replication, and copies run in excess. Whatever can be made, can be made in abundance. This plentitude:
drives value
works to open up closed systems
spins off immense numbers of opportunities
Consider the first modern fax machine that rolled off the conveyor belt around 1965. Despite millions of dollars spent on its R&D, it was worth nothing. Zero. The second fax machine to be made immediately made the first one worth something. There was someone to fax to. Because fax machines are linked into a network, each additional fax machine that is shipped increases the value of all the fax machines operating before it.
This is called the fax effect. The fax effect dictates that plentitude generates value.
So strong is this power of plentitude that anyone purchasing a fax machine becomes an evangelist for the fax network. “Do you have a fax?” fax owners ask you. “You should get one.” Why? Because your purchase increases the worth of their machine. And once you join the network, you’ll begin to ask others, “Do you have a fax (or email, or Acrobat software, etc.)?” Each additional account you can persuade to join the network substantially increases the value of your account.
When you buy a fax machine, you are not merely buying a $200 box. Your $200 purchases the entire network of all other fax machines in the world and the connections among them–a value far greater than the cost of all the separate machines. Indeed, the first fax machines cost several thousands of dollars and connected to only a few other machines, and thus were not worth much. Today $200 will buy you a fax network worth $3 billion.

Plentitude, not scarcity, governs the network economy. Duplication, replication, and copies run in excess. Whatever can be made, can be made in abundance. This plentitude:

drives value

works to open up closed systems

spins off immense numbers of opportunities

Consider the first modern fax machine that rolled off the conveyor belt around 1965. Despite millions of dollars spent on its R&D, it was worth nothing. Zero. The second fax machine to be made immediately made the first one worth something. There was someone to fax to. Because fax machines are linked into a network, each additional fax machine that is shipped increases the value of all the fax machines operating before it.

This is called the fax effect. The fax effect dictates that plentitude generates value.

So strong is this power of plentitude that anyone purchasing a fax machine becomes an evangelist for the fax network. “Do you have a fax?” fax owners ask you. “You should get one.” Why? Because your purchase increases the worth of their machine. And once you join the network, you’ll begin to ask others, “Do you have a fax (or email, or Acrobat software, etc.)?” Each additional account you can persuade to join the network substantially increases the value of your account.

When you buy a fax machine, you are not merely buying a $200 box. Your $200 purchases the entire network of all other fax machines in the world and the connections among them–a value far greater than the cost of all the separate machines. Indeed, the first fax machines cost several thousands of dollars and connected to only a few other machines, and thus were not worth much. Today $200 will buy you a fax network worth $3 billion.

The low price of a fax machine today buys you an entire network, consisting of eighteen million machines. Each additional unit sold increases the value of your machine.

This notion directly contradicts two of the most fundamental axioms we inherited from the industrial age.

First hoary axiom: Value comes from scarcity. Take the icons of wealth in the industrial age–diamonds, gold, oil, and college degrees. These were deemed precious because they were scarce.

Second hoary axiom: When things are made plentiful, they become devalued. For instance, carpets. They were once rare handmade items found only in houses of the rich. They ceased to be status symbols when they could be woven by the thousands on machines. The traditional law was fulfilled: commonness reduces value.

The logic of the network flips this industrial lesson upside down. In a network economy, value is derived from plentitude, just as a fax machine’s value increases as fax machines become ubiquitous. Power comes from abundance. Copies are cheap. Let them proliferate.

Ever since Gutenberg made the first commodity–cheaply duplicated words–we have realized that intangible things can easily be copied. This lowers the value per copy. What becomes valuable is the relationships–sparked by the copies–that tangle up in the network itself. The relationships rocket upward in value as the parts increase in number even slightly.

Windows NT, fax machines, TCP/IP, GIF images, RealAudio–all born deep in the network economy–adhere to this logic. But so do metric wrenches, triple-A batteries, and other devices that rely on universal standards. The more common they are, the more it pays you to stick to that standard. We have an even older example in the English language. Wherever the expense of churning out another copy becomes trivial (and this is happening in more than software), the value of standards and the network booms.

In the future, cotton shirts, bottles of vitamins, chain saws, and the rest of the industrial objects in the world will also obey the law of plentitude as the cost of producing an additional copy of them falls steeply.

TED Lessons – Jill Bolte Taylor’s stroke of insight

Jill Bolte Taylor got a research opportunity few brain scientists would wish for: She had a massive stroke, and watched as her brain functions — motion, speech, self-awareness — shut down one by one. An astonishing story.

TED Lessons – Ken Robinson says schools kill creativity

Sir Ken Robinson makes an entertaining and profoundly moving case for creating an education system that nurtures (rather than undermines) creativity.