E quando sarai vecchio vedi di farti fotografare solo in bianco e nero, mai a colori! finchè si ha la forza nelle vene e quell’ardore nel petto allora si, le foto a colori possono rendere giustizia. Che le foto con degli anziani dentro hanno sempre qualcosa di terribilmente triste, pare quasi ci sia una musica di sottofondo che suona lenta a ricordare tutti i passi che quell’uomo o quella donna, che posso ben dire di esserlo finalmente, hanno percorso lungo quell’ammontare indefinito di anni. E’ come se in una foto con un anziano dentro non possano esserci troppi dettagli, troppi colori, troppe sfumature, ci devono già convivere troppi anni e troppe stagioni, troppe rimesse, troppi contrattacchi, troppe bevute, troppi dolori. Mi domando perchè in una foto con un anziano debba per forza di cosa esserci anche il dolore. Non ne abbiamo avuto abbastanza? dobbiamo pure infilarcelo dentro alle fotografie? quelle fotografie in cui appaiono vecchi uomini aggrappati ad i loro bastoni, sempre arrancanti, sempre in luoghi protetti, o sempre seduti, con i pantaloni larghi, la ‘coppola’ che diventa tale solo se indossata da almeno un settantenne. E’ per questo che, forse, fotografare una persona anziana è difficile, a fotografare un giovane ci vuole poco, ha così poche storie negli occhi, così pochi errori da raccontare, è uno scatto, è una folata di vento, è tutto lì quel che ha da dire. Ma fotografare un anziano è un’altra storia, ha un sapore diverso, è totalmente diverso! provare a fissare su pellicola gli occhi, le impressioni di una vita raggruppate in uno scatto. Come è possibile farlo senza lasciare qualcosa fuori? come è possibile farlo senza dimenticarsi qualcosa che quegli occhi cercano di dire? urlano gli occhi di un anziano, e parlano più di chiunque altro, hanno potuto vedere e rivedere a rallentatore, perchè è a questo che serve la vecchiaia, a rimescolare le carte, a rimboccarsi le maniche e rovistare tra i propri ricordi. E’ un compito difficile da digerire, preferiremmo lasciare i ricordi sul fondo, intatti, senza necessariamente doverli risvegliare, per goderci una vecchiaia fatta di pace. Ed invece non è così che funziona, c’è sempre qualcosa che si incrina e ci riporta in luoghi dai quali credevamo di esserci allontanati per sempre, ed è nella vecchiaia che si scopre che quei luoghi non hanno fatto altro che aspettare pazientemente, ed ora che siamo noi a dover aspettare, tornano, uno ad uno e ci si infilano negli occhi! ed è così che il fotografo ci coglie, sorpresi a rovistare nel passato, perchè è l’ultima cosa che ci resta da fare. Passiamo la vita a pensare al futuro, e quando ci siamo arrivati nel futuro ci dobbiamo accontentare di rovistare nel passato. Quando sarò vecchio non vorrò vedere il colore dei miei occhi, perchè quello appartiene agli anni di gloria. Quel che vorrò vedere è la mia figura nel complesso, senza picchi di colore, solo un’uniforme chiaroscuro che mi rappresenti abbastanza da riuscire ad essere credibile.
Blogologhi/Blogologues – Atto VII
Si lavora per sopravvivere, affinchè la sera vi sia qualcosa di commestibile nel piatto un attimo prima di ritrovarsi seminudi a due passi dal cuscino. Poi il sonno ti prende e di ogni cosa che hai vissuto, di ogni parola pensata o detta, di ogni sensazione, ogni viaggio, non restano che brandelli ed echi da scantinato. Ci prende il sonno e precipitiamo vulnerabili in balia delle onde. Non abbiamo alcun peso o reputazione, non importano figli o amanti, contratti o vendette perchè il sonno è un’implosione nell’oblio. Sarà per questa ragione che è lì che sopravvivono i sogni, lenitivi di un soggiorno che altrimenti sarebbe una straziante pausa giornaliera. Bisogna essere fortunati anche in quello! Bisogna avere la fortuna di ricordarseli, sperare che qualcosa ci resti attaccato, che qualche immagine si mantenga ancora vivida quanto basta da poterla leccare da svegli. Bisogna avere fortuna per ricordarsi che non si è solo stati nel nulla della notte, ma che si è davvero stati altrove. Un altrove che non arriva per tutti, che giunge improvviso, figlio dell’attesa e della dedizione. Si scava mentre si dorme, si discende verso il nucleo e devi quasi annegarci prima di riuscire a raschiare il fondo. Che il sogno è solo nervo e niente più, ti tocca subito e ti morde al cuore, ti fa sobbalzare e ti schianta, pare vivo ed è impetuoso, che un’emozione così non la provavi da tempo e ti fa paura ed è bellissimo avvicinarsi alla fiamma da fermi, da quasi morti. E se il sonno ci avvicina così tanto alla morte allora possiamo ben dire che la vita è un sogno, ma è diverso. E’ il sogno che sfianca, che arranca, che annoia e non ci raggiunge mai completamente, si nega e si ripete. Allora cosa ci resta di questa alternanza? di questi atti teatrali confusi, di ore ed intere giornate trascorse a fare le prove di un evento che prima o poi dovremo vivere e portare in scena, una volta per tutte. Forse ci resta il risveglio, un ponte di totale stordimento, in cui i due sogni, quello vero e quello reale, si sovrappongono. E’ allora che dimentichiamo di essere noi stessi e nonostante questo la vita che ci portiamo dentro è sopravvissuta, ci sentiamo come scampati all’ultima prova, ancora con le emozioni dipinte sul volto, a volte scossi a tal punto da ritrovarsi sudati e con in braccio i battiti del cuore. Il risveglio ci suggerisce che c’è una scorciatoia sia alla vita che al sogno. Il risveglio è il reale passaggio a vuoto di questo valzer. E’ il momento in cui si accende la luce e tutti nella stanza devono tornare al proprio posto. Senti quella sensazione che qualcosa è accaduto, fino ad un secondo fa stava ancora accadendo, ma più ti sforzi di capire, più quella sensazione diventa sfuggente. Stringi il pugno, ma non senti che l’aria. Il risveglio ha a che fare con l’abbandono, con la rinuncia, con la malinconia. Ci si sente privati di qualcosa, in balia di sentimenti che non pensavamo di avere. Il risveglio è la vera arte del sogno e del sonno, ed è il nostro primo pensiero di ogni giornata. Ci svegliamo nello stordimento, derubati ed emozionati, sperimentando in un attimo quasi tutte le emozioni umane, e lo facciamo come fossimo appena nati, indifesi, senza il tempo di controbattere, di barricarci nel nostro carattere, senza quasi poter aprire gli occhi per vedere che cosa abbiamo di fronte. Forse il mattino non è esattamente l’inizio di una nuova giornata quanto piuttosto un arrivo, giacchè il risveglio, qualsiasi cosa sia, è sicuramente un arrivare da qualche altra parte. Da svegli o da dormienti è sempre al mattino che torniamo a casa.
We just work to survive, in order that in the evening there’s something edible on the plate just before half-naked we find ourselves a few steps from the pillow. Then sleep takes you away and everything you’ve experienced, every word or thought that you’ve had, every feeling, every voyage, there remain only fragments and echoes from the basement. Sleep begins and we rush vulnerable at the mercy of the waves. We have no weight or reputation, no matter about childrens or lovers, unsolved contract or sold because sleep is an implosion into oblivion. Will be for this reason that this is where dreams survive, soothing a stay that would otherwise be an excruciating pause daily. Even in that you must be lucky! You have to have luck to remember, hoping that something remains attached, some image that remains still vivid enough that it can be licked awake. We have to remember that we’re not just lost ourselves alone in the void of night, but that we’ve really been elsewhere. An elsewhere that doesn’t comes to everyone, as a son of expectation and dedication. Digs while you sleep, you go down to the core and you almost drowned before he could scrape the bottom. Dream is just nerves and nothing more, touches you right away and bites you in the heart, makes you jump and you crashed, looks alive and impetuous, an emotion like that is not the test of time and you’re afraid and it’s beautiful to be that close to the flame, nearly dead. And if the sleep keep us that close to death then we may well say that life is a dream! but in a different way. It’s an exhausted, trudging, bored dream and that there will ever completely denies and repeats. So what remains of these alternatives? these theatrical acts confused, hours and whole days spent rehearsing for an event that sooner or later we will bring live and on stage once and for all. Perhaps there is an awakening, a bridge totally stunning, in which the two dreams, the trur one and the real one overlap. then we forget to be ourselves and despite this the life inside of us survived, we feel like the last survivors, with the emotions painted on our face, sometimes shocked to find so sweaty and heartbeats. Awakening suggests that there is a shortcut to both life and dream. The awakening is the real transition in this waltzer. Like the moment you turn on the light in the room and everyone must return to their seats. Feel that feeling that something has happened, until a second ago was still going on, but the more you strive to understand, that feeling becomes more elusive. Clench your fist, but there’s nothing but air. The awakening has to do with the abandonment, with the waiver, with melancholy. You feel deprived of something, at the mercy of feelings that we did not think to have. The awakening is the true art of sleeping, and it is our first thought every day. We wake up in stunning, robbed and emotion, experiencing in a moment almost all human emotions, and we do it like we were just born, helpless, without time to go back the barricades of our character, barely able to open our eyes and see what are we facing. Perhaps the morning is not exactly the beginning of a new day but a destination, since the awakening, whatever it is, is definitely a get from somewhere else. Waking or sleeping is always in the morning that we come back home.
Blogologhi/Blogologues – Atto VI
…non serve a nulla! ma allora parliamone! dov’è finita? dove è andata a finire? dove l’abbiamo messa l’utopia? viviamo nel presente parlando continuamente del futuro, ci svegliamo al lunedì pensando al sabato. Passa così in fretta il tempo che finiamo per essere delle proiezioni continue, pianifichiamo, appuntiamo, annotiamo spostando il nostro orologio sempe un po’ più avanti. Eppure, nonostante questo, viviamo sempre appiccicati alla realtà, alle cose che possiamo giustificare e controllare. Non riusciamo più ad immaginarcelo il futuro, che a forza di avercelo sempre tra i piedi è diventato il presente, e cosa ci resta per andare avanti? adesso che le utopie sono morte, che non diamo credito a nulla se non a quello che possiamo verificare subito, istantaneamente. Ogni cosa è empirica, diffidiamo dei sognatori, dei poeti, dei pensatori, degli artisti, dei creativi, sono solo dei ciarlatani, giullari superflui. Chiunque dica e non faccia immediatamente è pregato di uscire, qui ogni cosa deve essere dimostrata, qui non si aspettano i risultati, non c’è tempo per ciò che non è già stato verficato. Esistevano un tempo persone capaci di provare, di mettere nero su bianco qualcosa che probabilmente non sarebbe mai esistito, ma che faceva respirare, forse anche più dell’aria, faceva respirare la mente, faceva sperare in qualcosa che va al di là dell’uomo, qualcosa di quasi spirituale. Li sosteneva un vento di novità, e parlavano dinanzi a occhi increduli, suscitavano ilarità, quasi comici, se ne stavano seduti sul palco illustrando l’irreale e facendolo con criterio, con devozione. C’era un tempo per pensare, un tempo per riflettere, per andare oltre senza doverne chiedere conto. Ora paghiamo in anticipo, viviamo di acconti, immaginiamo statistiche e ci trastulliamo nel dare tutto e tutti per scontati. Per rifugiarsi nell’utopia bisogna fuggire, bisogna staccarsi, bisogna evadere. Prima un utopico veniva invitato a parlare in manifestazioni pubbliche, adesso deve vivere da evaso, guardandosi le spalle, per andarsi a cercare un posto nel mondo. E quel posto, immancabilmente, non esiste più. Un utopico ha senso in una società dove coesistono il passato, il presente ed il futuro, ma adesso, oltre alle stagioni, ci siamo giocati anche il passato ed il presente, sono compressi nel futuro che è un luogo inesistente, fittizio. Quand’è che abbiamo perso il contatto con la realtà? Quand’è che abbiamo smesso di credere alle favole?
Blogologhi/Blogologues – Atto V
…un sentimento autentico, non filtrato dal sudiciume della strada, qualcosa che sopravvive nell’aria, qualcosa a cui rivolgere lo sguardo nonostante il caos nel quale siamo nati, qualcosa a cui aggrapparsi, a cui dare un nome e dal quale si vorrebbe restare sempre abbagliati. Sempre nella colica dello stordimento, sempre annegati nella sua benevolenza, respirarne il più possibile e restarci attaccati con ogni cellula, finchè un nuovo vento o una nuvola di pazzia non torni a rimettere le cose com’erano. Finchè non ci ritroviamo ricacciati lontani e con lo sguardo perso tra pezzi di scarpe e multe da pagare. Un’autentico sentire, che nasce e muore e non sai dov’è andato a finire, rovisti tra le lenzuola, apri la finestra, scruti il cielo, ma non appare che foschia e marcio di un sogno che avevi quasi potuto toccare ma che ha perso la sua ombra. provi un sentimento autentico e quasi ti pare d’esser normale. ci si sveglia sempre troppo presto per restarci impigliati nei sogni.
…a genuine sentiment, not filtered by a dirt road, something that survives in the air, something to turn our eyes in spite of the chaos into which we were born, something to cling on, something to name and from which it would always remain dazzled. always in the colic of the stunning, ever drowned in his benevolence, breathe as much as possible and stay stuck with any force until a new wind or a cloud of insanity does not come back to put things back as they were. Until we find driven away with eyes lost between pieces of shoes and fines to be paid. An authentic feel, which is born and dies and you do not know where he ended up, rummage through the sheets and open the window, scanning the sky, but it appears that haze and running of a dream that you were almost able to touch but has lost its shadow. You have an authentic feeling and you think of being almost normal. We wake up still too early to be caught up in dreams.
Blogologhi/Blogologues – Atto IV
..osserva attentamente la strada quando metti piede in una città e poi guarda il cielo, guardalo bene perché non sarà mai lo stesso. Osserva il muoversi degli alberi e dei capelli delle donne che passeggiano distratte, cerca di riconoscere il vento, ascoltalo in silenzio e quando sarai pronto: cammina. La città va camminata, consumata dentro di noi prima di essere amata, va gustata piano, perché alcune possono uccidere, ed ognuna ha angoli bui dove potersi rifugiare. Una città è quasi una persona, una donna quindi, ed ha il suo carattere, i suoi luoghi impervi, mistici ed irraggiungibili. Una persona fatta da altre persone, la maggior parte delle quali non incontreremo mai, la quasi totalità ci resteranno eterne sconosciute, ma tutte queste persone, ricordatelo bene, influiscono in un modo o nell’altro sull’andamento della tua vita in quel posto ed in quel preciso momento. Spesso commettiamo l’errore di pensare che ci siamo solo noi nelle città, eppure gli altri ci aprono le porte, guidano i taxi su cui saliamo, fanno la fila davanti a noi, raccolgono le cartacce lungo i marciapiedi che percorriamo, vendono la verdura che mangiamo, sorseggiano il caffè al nostro passaggio, urlano al mattino mentre vorremmo solo dormire, bussano alle nostre porte quando non abbiamo nessuna intenzione di aprire, cantano nei bar che frequentiamo, servono ai tavoli dei ristoranti in cui mangiamo, camminano fianco a fianco dei nostri amici, si scambiano commenti sul nostro modo di parlare e ridere, ci fanno fumare ed abusare del nostro corpo, ci costringono alle attese, ci seguono dappertutto e lo fanno in una totale e paradossale inconsapevolezza. Il rapporto con gli altri è il grande paradosso delle città. Ognuno di noi non fa altro che mescolare la propria vita a quella degli altri per frazioni di secondo, nella più totale ignoranza, ed ognuno di questi micro-incontri è una leggera deviazione allo scorrere della vita, il senso ultimo delle città è nascosto nella forza dell’impatto, nel modo in cui questa macchinosa moltitudine di esistenze si abbracciano e si spostano a vicenda.
…look closely at the street when you set feet in a city and then look at the sky, look good because it will never be the same. Observe the movement of the trees and the hair of women who walking absently, try to recognize the wind, listen in silence and when you’re ready, just walk. Cities must be walked, consumed within ourselves for first to be loved, to be tasted slowly, because some can kill, and each has its dark corners to escape to. A city is like a person, a woman then, and has its own character, its inaccessible places, mystical and unattainable. A person made by others, most of whom you’ll never meet, nearly all remain eternally unknown to us, but all these people, remember well, in one way or another affect the progress of your life in that place and at that precise moment. Often we make the mistake of thinking that we are the only ones in the cities, but others open our doors, drive taxis on which we climb, stand in line in front of us, collect the litter along the sidewalks we walk on, sells vegetables that we eat, sips coffee at us, yelling in the morning while we’re still sleeping, they knock on our doors when we have no intention of opening, they sing in the bar, wait on the tables of the restaurants where we eat, they walk side by side with our friends, exchange comments about the way we talk and laugh, make us smoke and abuse of our bodies, we are forced to expectations, following us everywhere and they do all of this in a total unawareness and paradoxical. The relationship with others is the great paradox of cities. Each of us does nothing but stir one’s life to that of others for fractions of seconds, in complete ignorance, and each of these micro-encounters is a slight deviation to the flow of life, the ultimate meaning is hidden in the power of cities impact in the way this complex multitude of lives move and embrace each other.
Blogologhi/Blogologues – Atto III
…ogni mattina ti svegli e senti quel rumore preciso, poi piano arriva il profumo ed il sapore amaro del caffé e sai che di quel gusto nero e profondo come il mare non ti liberarai mai. Il caffé mi ricorda che vivi una vita intera in mezzo ai bar, che sono dovunque e che spesso sostituiscono la tua famiglia, tutto quello che hai da dire quando non sai cosa dire lo puoi trovare lì, al bar, che ti fa vivere per strada, sempre con gli occhi ben aperti verso il sole e verso il vento, verso questa terra così irrequieta e varia. Per strada allora! dove stanno i panettieri, le pizzerie, i ristoranti ed i ristoratori, i mercati ed i fruttivendoli panciuti, dove corre il pesce, fresco freschissimo! dove mettersi seduti a guardare il cielo, che da quaggiù ha un’aria sempre così malinconica e spensierata. è per questo che gli italiani fischiettano, si appostano per guardare passare le ragazze ed amano, amano alla follia tutto ciò che la donna rappresenta, la rendono unica e la inseguono, perchè se nasci in Italia, nasci in mezzo alle cose, basta guardare dov’é! basta prendere una cartina e mettersi a guardare. E’ in mezzo a tutto, in mezzo ad un continente, in mezzo al mare, in mezzo alle montagne, in mezzo alla storia, in mezzo ai confini. E quando stai in mezzo non ti puoi tirare indietro, devi giocare, devi agire, nasci irrequieto e con le idee nella testa, idee che ci hanno reso il paese più creativo che ci sia. Allora mi domando perché?! perché abbiamo inventato tutto e siamo il paese più vecchio del mondo? ah già, ecco perché…è colpa del cibo, sempre il cibo che sta dappertutto, mangiamo troppo bene, e quando mangi bene e sei contento – perché in Italia mangiare è ancora una festa – allora devi goderti quel momento, e nel goderselo ci siamo messi ad amare anche il vino, e se metti tutte queste cose insieme è molto semplice capire perché viviamo a lungo, così a lungo da diventere vecchi, così vecchi che finalmente arriviamo a capire che le uniche nostre religioni sono il cibo, il calcio e le donne. Mi domando ancora una volta chi è un italiano. Un italiano non vuole salvare il mondo, un italiano vuole vivere bene e godersela, e non ha nessuna paura a dirtelo, con le sue cravatte, la giacca, la scarpa giusta, gli occhiali da sole, e quell’aria da furbo, ecco cos’è un italiano, uno che crede di essere più furbo degli altri, e sarebbe quasi credibile se non fosse per i suoi occhi sinceri. Maledizione! ci hanno fatti italiani e ci hanno dato gli occhi della verità. Credo che un italiano non sappia mentire, che abbia un cuore, nonostante tutto, e che per quanto si possa sforzare prima o poi queste cose ti fregano, prima o poi qualcuno se ne accorge che nel gruppo c’è un italiano. E chi è l’italiano? è facile, in un gruppo l’italiano è quello che gesticola, che parla ad alta voce e che non smette mai di muoversi. Ecco cosa siamo! dei quasi furbi che si dimenano in mezzo ad una folla di persone immobili, è per questo che non siamo capaci di stare in fila, di amare le regole, cerchiamo sempre un’altra via, una scorciatoia, un sotterfugio, ed abbiamo quella straordinaria illusione che c’è sempre un modo, c’é sempre un’alternativa, che sia lecita od illecita, giusta o sbagliata, c’é sempre un’altra maniera di vedere le cose.
…every morning you wake up and hear that precise sound, then comes the scent and the bitter taste of coffee and you know that you’ll never free yourself from that black and deep as the sea taste. Coffee reminds me that I live a whole life among the bars, which are everywhere and often replace your family, all you have to say when you do not know what to say you can find it there, at the bar, which makes you live on the streets, always with eyes wide open toward the sun and into the wind, toward this land so restless and varied. In the streets then! where are the bakers, pizzerias, restaurants and caterers, markets and grocers belly, where it runs the fish – fresh!fresh! – where to put them sit and watch the sky, which here has always looked so melancholy and carefree. That’s why Italians whistle, take up position to watch the girls go and love, love to distraction all that she represents, make it unique and chase it, because if you’re born in Italy, you’re born in the middle of things, just look at its position! just take a map and start watching. It’s in the midst of everything, in the midst of a continent, in the midst of the sea, the mountains, surrounded by history, in the midst of the borders. And when you’re in the middle you can not pull back, you’ve to play, you have to act, was born restless in my head fullo of ideas, ideas that have made us the most creative country. Then I wonder why?! Why we invented everything and we are the oldest country in the world? oh yes, that’s why…it’s food fault, always food that is everywhere, we eat too well, and when you eat well and you’re happy – because in Italy eating is still a party – then you enjoy that moment and enjoy it that much that we fell in love with the wine, and if you put all these things together is very easy to understand why we live longer, long enough to grow old, so old that finally we come to realize that our religions are: food, football and women. I wonder once again who is an Italian. An Italian does not want to save the world, an Italian wants to live well and enjoy it, and is not afraid to tell you, with his tie, his jacket, the right shoe, sunglasses, and that air of cunning, that’s an Italian, one who thinks he’s smarter than others, and would be almost credible if it were not for his honest eyes. Damn! They made us Italians and gave us the eyes of truth. I believe that an Italian doesn’t know how to lie, who has a heart, after all, and sooner or later these things will screw you, sooner or later someone will realize that there is an Italian in the group. And who’s the Italian? easy: in a group the Italian is the one who’s gesticulating, talking out loud and never stops moving. Here’s what we are! We are nearly clever wiggling in the midst of a crowd, which is why we are not able to stand in line, to love the rules, we always try another route, a shortcut, a subterfuge, and we have this extraordinary illusion that there is always a way, there is always an alternative, whether lawful or unlawful, right or wrong, there is always another way of seeing things.
Blogologhi – Atto II
…essere proprio qui: da nessuna parte. Il sedere racchiuso in un lembo di terra tra due luoghi opposti, alzare lo sguardo e vedere le cose accadere ad un palmo di naso, proprio qui: sulla linea di confine, il bordo, il bagnasciuga, l’incrocio, la ferita, la porta, l’uscio, il cancello, la palafitta. E’ qui che voglio stare, qui, dove le cose accadono, dove le vite si sovrappongono e si scontrano, le carte spariscono ed è caos della quantità. Sono qui ma non sono da nessuna parte, è come andarsene via lungo un treno. Non sei da nessuna parte e puoi fingere d’essere l’ombra di qualcun altro, il tuo vicino di casa, l’artista, il profeta, il drogato, l’ultima delle scarpe di dio, puoi davvero essere niente in quei momenti. Anche in questo nonluogo, a guardar le carovane transitare con il loro carico, carico di frontiera, carico d’Oriente, carico d’asporto, carico nomade che si spande per le valli che assomigliano a grandi lividi d’erba e sabbia, deserto senza forma dove si dissolvono i confini proprio mentre allunghi la mano. Eppure soffia il vento anche laggiù, dove nulla può esser toccato o rimosso. Tenere i piedi ben piantati in una melma tra il fiume e la terraferma, come le palafitte che baciano la superficie, respirano, e ancora sotto, che hanno ormai perso la loro passione di tener su le case e puntano l’orizzonte, inzuppate e malandate. Ad ogni modo è qui che resto, ad un passo da ogni posto vicino ad ogni cosa, con un piede per parte ed il cuore nel mezzo, qui dove le lingue si assottigliano e si consumano amori sempre troppo brevi per essere tristi, qui dove persino il sole sente il bisogno di fermarsi prima di finire nella bocca dell’orizzonte. L’orizzonte! la linea di confine più sfuggente, quella che puoi solo immaginare vivida ed instancabile, sempre alla stessa distanza da te.
Blogologhi – Atto I
…dentro un’auto più grande, dentro un recinto più spazioso, dentro case più luccicanti, dentro amicizie più fluttuanti, dentro cinema più assordanti, dentro notti più roboanti, dentro situazioni più alienanti. Credi di trovare strisce perdute del cuore in vasche più accoglienti. Così scivoli finché non ti ritrovi perso a pochi passi dal tubo di scarico, immerso fin sopra i capelli in qualcosa che non ti appartiene, invischiato in mezze storie alle quali non sai dare un nome, mezzi rapporti ai quali non dai mai troppa importanza. Arrivi a metà strada e sei già troppo stanco per guardare l’orizzonte, i passi diventano gravi, sei troppo cinico per riconoscerti allo specchio, troppo largo per passare ancora indenne attraverso le situazioni. Si resta invischiati, si resta fregati e null’altro all’infuori di se assomiglia anche solo vagamente a quel sogno. Si finisce per rincorrere la libertà senza rifletterci sopra, e nella foga, poco alla volta, si resta impigliati, a caricarsi di pesi, a credere alle frottole, a non chiudere mai la bocca, finché un bel giorno le gambe schiantano ed il mondo diventa una palla al contrario dove l’acqua sgorga verso il soffitto e le piastrelle hanno un colore livido. Restiamo appesi agli errori, sospesi come caduti da un aeroplano su di un albero, a pochi passi dalla meta, dondolanti a mietere rancore e a svendere stupore. Fortunatamente dopo questo incubo torna la notte a coprirci, a risucchiarci anche lei in un seno più grande, un cuore più misericordioso, un futuro meno denso, un’auto più silenziosa.