…non serve a nulla! ma allora parliamone! dov’è finita? dove è andata a finire? dove l’abbiamo messa l’utopia? viviamo nel presente parlando continuamente del futuro, ci svegliamo al lunedì pensando al sabato. Passa così in fretta il tempo che finiamo per essere delle proiezioni continue, pianifichiamo, appuntiamo, annotiamo spostando il nostro orologio sempe un po’ più avanti. Eppure, nonostante questo, viviamo sempre appiccicati alla realtà, alle cose che possiamo giustificare e controllare. Non riusciamo più ad immaginarcelo il futuro, che a forza di avercelo sempre tra i piedi è diventato il presente, e cosa ci resta per andare avanti? adesso che le utopie sono morte, che non diamo credito a nulla se non a quello che possiamo verificare subito, istantaneamente. Ogni cosa è empirica, diffidiamo dei sognatori, dei poeti, dei pensatori, degli artisti, dei creativi, sono solo dei ciarlatani, giullari superflui. Chiunque dica e non faccia immediatamente è pregato di uscire, qui ogni cosa deve essere dimostrata, qui non si aspettano i risultati, non c’è tempo per ciò che non è già stato verficato. Esistevano un tempo persone capaci di provare, di mettere nero su bianco qualcosa che probabilmente non sarebbe mai esistito, ma che faceva respirare, forse anche più dell’aria, faceva respirare la mente, faceva sperare in qualcosa che va al di là dell’uomo, qualcosa di quasi spirituale. Li sosteneva un vento di novità, e parlavano dinanzi a occhi increduli, suscitavano ilarità, quasi comici, se ne stavano seduti sul palco illustrando l’irreale e facendolo con criterio, con devozione. C’era un tempo per pensare, un tempo per riflettere, per andare oltre senza doverne chiedere conto. Ora paghiamo in anticipo, viviamo di acconti, immaginiamo statistiche e ci trastulliamo nel dare tutto e tutti per scontati. Per rifugiarsi nell’utopia bisogna fuggire, bisogna staccarsi, bisogna evadere. Prima un utopico veniva invitato a parlare in manifestazioni pubbliche, adesso deve vivere da evaso, guardandosi le spalle, per andarsi a cercare un posto nel mondo. E quel posto, immancabilmente, non esiste più. Un utopico ha senso in una società dove coesistono il passato, il presente ed il futuro, ma adesso, oltre alle stagioni, ci siamo giocati anche il passato ed il presente, sono compressi nel futuro che è un luogo inesistente, fittizio. Quand’è che abbiamo perso il contatto con la realtà? Quand’è che abbiamo smesso di credere alle favole?