Ogni tanto, in ufficio, ricevo una mail dal reparto IT che prega i dipendenti di: «cancellare dalle cartelle condivise i file non necessari». Tradotto dal gergo dell’IT, significa che hanno terminato lo spazio disponibile sui loro computer.
Un giorno, dopo anni di questo rituale, ho iniziato a chiedermi di quanto spazio su disco disponesse davvero il reparto IT del nostro uffcio. Per darvi un’idea delle proporzioni, un terabyte di storage (1000 GB) a quell’epoca costava circa 130 dollari. Di recente in casa abbiamo comprato un pc fisso Dell, che i miei figli usano per giocare: c’era un terabyte di spazio incluso nel prezzo. Quanto spazio su disco avevamo per tutto l’ufficio? Ho scoperto che non era molto: 500 GB, mezzo terabyte. I miei figli avevano due volte lo spazio su disco disponibile a tutti i miei colleghi. Com’è potuto accadere? La risposta è semplice: in qualche modo ci siamo fossilizzati a pensare che i supporti di memoria fossero costosi, quando invece erano diventati molto economici. Abbiamo trattato qualcosa di abbondante (la capienza del disco rigido) come se fosse scarso, e la risorsa davvero scarsa (il tempo delle persone) come se fosse costosa.
Abbiamo invertito l’equazione. Tutto ciò ci offre una lezione sulla necessità di sprecare.
Gli innovatori di oggi sono coloro che individuano nuove aree di abbondanza e scoprono come dilapidarle. In senso buono! Ma la cosa divertente è che il concetto di spreco è del tutto relativo alla nostra percezione della scarsità. I nostri nonni sono cresciuti in un’epoca in cui una telefonata a lunga distanza era un lusso costoso, da programmare in anticipo e da svolgere con una certa fretta. Ancor oggi si possono avere difficoltà a parlare per molto tempo a lunga distanza con persone di quella generazione, che sentono ancora nelle orecchie il ticchettio del tassametro e hanno urgenza di terminare la chiamata. I nostri figli invece stanno crescendo in un’epoca in cui la lunga distanza sul cellulare è gratuita, e quindi chiacchierano allegramente per ore. Dal punto di vista dei costi delle comunicazioni negli anni Cinquanta, è uno spreco assurdo. Ma oggi che quei costi sono vicini allo zero, non ci pensiamo due volte. Non lo percepiamo come uno spreco. In altri termini, la scarsità di una generazione è l’abbondanza di un’altra.
LA NATURA SPRECA LA VITA
Il cervello umano sembrava programmato per resistere agli sprechi, ma siamo mammiferi piuttosto anomali sotto questo aspetto. I mammiferi sono gli animali che fanno meno figli, e quindi dedicano moltissimo tempo e attenzione a proteggerli per consentire loro di raggiungere l’età adulta. La morte di un singolo essere umano è una tragedia dalla quale a volte non ci si riprende mai, e diamo più valore alla vita individuale che a qualsiasi altra cosa. Di conseguenza abbiamo una percezione molto acuta dei risvolti etici dello spreco: ci dispiace per il giocattolo non amato e il cibo non mangiato.
Tuttavia, il resto della natura non funziona in questo modo. La natura spreca vita per cercare vita migliore. Fa mutare il Dna, creando un fallimento dopo l’altro, nella speranza che ogni tanto una nuova sequenza avrà la meglio sulle precedenti, e la specie si evolverà. La natura mette alla prova le sue creature uccidendone quasi subito la maggior parte, in quella battaglia «rossa di zanne e d’artigli» (come la definiva Tennyson1) che determina il vantaggio riproduttivo. Il motivo per cui la natura è così portata allo spreco è che le strategie a diffusione casuale sono il modo migliore per attuare quella che i matematici definiscono «esplorazione completa dello spazio potenziale». Per passare da quello che i matematici chiamano un «massimo locale» al «massimo globale» è necessario esplorare un bel po’ di «minimi» infruttuosi lungo la strada. È uno spreco, ma può rivelarsi utile.
Cory Doctorow, scrittore di fantascienza, lo chiama «pensare come un soffione». Scrive: «Dal punto di vista del soffione, la disposizione di ciascun seme – o anche della maggior parte dei semi – non è importante. La cosa importante è che ogni anno a primavera ogni fessura di ogni marciapiede sia piena di soffioni. Il soffione non vuole conservare una singola preziosa copia di se stesso, nella speranza che lasci il nido e si faccia strada lentamente fino all’ambiente ideale dove crescere e perpetuare la specie. Il soffione vuole solo assicurarsi che ogni singola opportunità riproduttiva venga sfruttata». Ecco come si può trarre vantaggio dallo spreco: i semi sono troppo a buon mercato per misurarli. Ci sembra sbagliato, assurdo persino, gettar via tanta roba; ma è il modo migliore per sfruttare appieno l’abbondanza.
UN MONDO PIÙ SICURO PER I VIDEO DI GATTINI
Forse l’esempio migliore di sfruttamento dello spreco è YouTube. Molti sostengono che YouTube non sia una minaccia per la televisione perché è «pieno di spazzatura», il che è probabilmente vero. Il problema è che non riusciamo a metterci d’accordo su cosa è «spazzatura», perché non sappiamo metterci d’accordo sul suo opposto, la «qualità». La spazzatura è nell’occhio di chi guarda. Anche i video più popolari su YouTube possono essere lontanissimi dalla definizione hollywoodiana standard di qualità produttiva, nel senso che i video sono a bassa risoluzione e male illuminati, la qualità del sonoro è pessima e le trame inesistenti. Ma niente di tutto ciò è importante, perché ciò che conta davvero è la pertinenza. Sceglieremo sempre un video a bassa qualità su un argomento che ci preme davvero, invece di un video ad alta qualità di qualcosa che non ci interessa.
Qualche weekend fa i miei bambini dovevano scegliere come trascorrere le due ore di tv che concediamo loro il sabato e la domenica. Ho detto che mi sembrava la giornata ideale per
Guerre stellari, e ho proposto loro una scelta. Potevano guardare uno dei sei flm su magnifici dvd, su un enorme schermo ad alta definizione con l’audio perfetto e i popcorn. Oppure potevano andare su YouTube e guardare animazioni in stop motion di alcune scene di Guerre stellari ricreate con il Lego da bambini di nove anni. Non c’è stata gara: i bambini sono filati dritti al computer. Ho scoperto che i miei figli, come molti altri, non sono interessati più di tanto a Guerre stellari nella versione di George Lucas. Sono più interessati alle Guerre stellari create dai loro pari, nonostante le cineprese mosse e le dita che finiscono nell’inquadratura.
Quando ero ragazzo c’erano molti prodotti intelligenti pensati per estendere ai bambini il franchise Guerre stellari, dai giocattoli ai portavivande, ma a quanto ne so nessuno aveva mai pensato ad animazioni in stop motion fatte dai bambini con il Lego. Dev’esserci sempre stata una domanda di Guerre stellari in stop motion, ma era invisibile perché nessun esperto di marketing aveva avuto l’idea di offrire un prodotto del genere. Ma quando è arrivato YouTube, e non c’è più stato bisogno del permesso di un esperto di marketing per fare le cose, è emerso all’improvviso un mercato fino ad allora invisibile. Tutti insieme abbiamo scoperto una categoria che gli uffici marketing avevano trascurato. Tutti quei video sparsi su YouTube sono soltanto semi di soffione in cerca di un terreno fertile dove atterrare. In un certo senso, «sprechiamo video» in cerca di video migliori, esplorando lo spazio potenziale dell’immagine in movimento.
YouTube è un enorme esperimento collettivo per inventare il futuro della televisione, al ritmo di un video sciocco e sperperatore dopo l’altro. Presto o tardi però, grazie a YouTube e altri siti, ogni video realizzabile sarà realizzato, e ogni persona che può diventare un regista lo diventerà. Ogni nicchia possibile verrà esplorata. Abbassando i costi dell’esplorazione di uno spazio, si può essere meno selettivi su come lo si esplora. Nessuno deve decidere se un video è abbastanza interessante da giustificare il poco spazio che occupa, perché lo spazio non è affatto scarso. I costi di distribuzione sono ormai così vicini allo zero da poterli arrotondare a zero. Oggi costa circa 0,25 dollari inviare in streaming un’ora di video a una persona. L’anno prossimo saranno 0,15. Un anno dopo, meno di dieci centesimi. È per questo che i fondatori di YouTube hanno deciso di lasciarla free, sia nel senso di gratis che di libre.
Il risultato è caotico e va contro ogni istinto di un professionista della tv, ma è questo che l’abbondanza richiede e vuole. Se non l’avesse fatto YouTube l’avrebbe fatto qualcun altro. Tutto ciò si riduce alla differenza tra pensare in termini di abbondanza e di scarsità. Se controlliamo risorse scarse (per esempio la tv in prima serata), dobbiamo scegliere attentamente. Quelle mezz’ore di trasmissione hanno costi reali, e se non si raggiungono le decine di milioni di spettatori si paga con soldi bruciati e carriere distrutte. Non stupisce che i dirigenti televisivi si affidino alle sitcom e alle celebrità: una scommessa sicura in un gioco costoso. Ma se potete sfruttare risorse abbondanti, potete correre rischi perché il costo del fallimenento è basso. Nessuno viene licenziato se la vostra clip su YouTube viene vista solo da vostra madre.
GESTIONE DELLA SCARSITÀ
Anche se i consumatori preferiscono il gratis al 100 per cento, un po’ di scarsità artificiale è il modo migliore per fare soldi. Me ne accorgo ogni giorno in quanto direttore di una rivista, perché vivo a cavallo tra due mondi. Nella stampa seguo le regole della scarsità, perché ogni pagina ha un costo e il numero di pagine è limitato. Non solo le nostre pagine costano molto, ma sono anche immutabili. Se salta fuori qualcosa di meglio, o se la mia decisione si rivela meno furba di come sembrava qualche settimana prima, a volte dobbiamo andare avanti lo stesso, cercando di limitare i danni. In questo caso siamo costretti a focalizzarci sui costi economici, ignorando i costi di opportunità, potenzialmente ancor maggiori, di tutti i possibili percorsi non imboccati a causa del nostro modello editoriale basato sulla scarsità. Online, invece, le pagine sono infinite e modificabili all’infinito. È un’economia dell’abbondanza, che spinge a un approccio gestionale completamente diverso. I successi salgono in cima mentre i fallimenti piombano in fondo. Tutto può uscire là fuori e competere per l’attenzione, e può vincere o perdere in base ai suoi meriti, non alle scommesse di un direttore su cosa vuole la gente.
In concreto, la gestione di questi due mondi non è ovviamente così in bianco e nero. Siccome competiamo sia in mercati scarsi sia in mercati abbondanti, la struttura di management non è a taglia unica: dobbiamo perseguire simultaneamente il controllo e il caos. Vi sembra schizofrenico? È soltanto la natura del mondo ibrido in cui stiamo entrando, dove scarsità e abbondanza coesistono fianco a fianco. Siamo bravi a pensare in termini di scarsità: è il modello organizzativo del Ventesimo secolo. Ora dobbiamo diventare bravi anche a pensare all’abbondanza.