Oriana Fallaci intervista Wernher von Braun [L'Europeo, 2 gennaio 1969]

Il padre del razzo Saturno che ha spinto la capsula Apollo verso la Luna, si chiama Wernher von Braun. Lo zio di Saturno si chiama Ernst Stuhlinger. I suoi parenti son tutti tedeschi malgrado siano iscritti all’anagrafe come americani. Centoventi tedeschi dai gesti secchi e la voce sferzante che si inteneriscono solo a parlar di Saturno che chiamano, con infinita dolcezza, “our baby”, il nostro bambino. Oppure “our biggest baby”, il nostro bambino più grosso. Durante la guerra, quando vivevano a Peenemünde in Germania, essi partorivano infatti bambini più piccoli che chiamavano meno pomposamente V2 e che invece di andar sulla Luna bombardavano gli inglesi di Londra. Per delicatezza mondana evito di ricordarmi che li partorivano anche per bombardare New York, e tutti sanno comunque che Hitler li amava moltissimo: il capitolo più paradossale nel romanzo del viaggio alla Luna comincia di qui. Nel 1945, quando Hitler morì e gli alleati giunsero a pochi chilometri da Peenemünde, Von Braun si trovò a dover scegliere fra gli americani e i russi: “onde piazzare il bambino nelle mani giuste”. Con decisione di cui non si rammarica, dice, corse incontro agli americani e gli consegnò tutto quanto.

ORIANA FALLACI. Che cosa si aspetta di trovare sulla Luna, dottor von Braun? Ciò che ne sappiamo è ipotesi, o teoria, e quando l’astronave atterrerà su… su… Su cosa, dottor von Braun? Sulla sabbia? Sulla roccia? Sulla lava? E potrà davvero atterrare?
WERNHER VON BRAUN. La Luna è un posto abbastanza grande e la superficie lunare non è uniforme. Vi sono montagne, sulla Luna, e pianure: indubbiamente anche la struttura della sua superficie varierà da luogo a luogo. C’è chi sostiene che è nera e scivolosa come neve ghiacciata ma, dopo ciò che abbiamo visto sulle fotografie, io sono parzialmente convinto che si possa atterrare quasi dappertutto. Certo vi saranno zone inaccessibili ai nostri veicoli ma vi saranno anche zone dove, probabilmente, sarà possibile muoverci con relativa facilità. Non lo so. Non si sa. È anche per questo che andiamo. 

Lei esclude, naturalmente, che vi esista una qualsiasi forma di vita. 
Sì, certo, lo escludo. È molto, molto, molto improbabile che sulla Luna esista la vita. Forse
spore. Nient’altro. Non v’è atmosfera, lo sa. La forza di gravità v’è ridotta a un sesto. 

E qual è la percentuale di pericolo che i tre astronauti affronteranno ad andare sulla Luna?Basta un piccolo buco nella tuta spaziale, no?, per morire.
Il cinquanta per cento del pericolo è che prima di andarci muoiano in un incidente
automobilistico qui sulla Terra. Guidano come pazzi. Uhm? L’altro cinquanta per cento è che muoiano ad andare sulla Luna. Uhm? Un buco nella tuta, lei dice. Anche se c’è un buco nella nave che galleggia sul mare, la nave va a fondo e si muore. Anche se c’è un buco nell’aereo, l’aereo precipita e si muore. Teoricamente un aereo può precipitare ogni volta che lei ci viaggia. Ma lei ci viaggia lo stesso. Davvero non vedo nessuna differenza fra le antiche navi dei fenici e le cosmonavi o le tute di oggi. Solcare il Mediterraneo su quei fragili vascelli era assai più rischioso che solcare il vuoto con capsula Apollo. Se i marinai di quei vascelli capitavano in una tempesta o contro una roccia, morivano come gli astronauti come capitano dentro una tempesta o contro una roccia.

Ma lei ci andrebbe sulla Luna, dottor von Braun? Un posticino per uno scienziato non c’è? Farebbe comodo, oltretutto, si dice.
Ci andrei sì. Eccome. Subito. E quella di includere o no uno scienziato è una discussione bruciante che dura da anni. Io per esempio sono pronto a dar ragione a chi dice che un buon geologo può osservare aspetti sulla superficie lunare che nessun astronauta per bravo che sia può nuotare. La particolare formazione di una roccia, ad esempio. Gli scienziati non dovrebbero essere esclusi, sostengo. E ripeto che ciascuno di essi soggiornando nella zona Antartica, per esempio, impara cose che a scuola non aveva imparato. D’altra parte lo scopo del primo viaggio è solo questo: riuscire a mandare tre uomini abbastanza giovani e freddi da cavarsela in caso di emergenza, solo collaudatori di aerei e ingegneri capaci di raccontarci cosa v’era di sbagliato nel disegno dell’astronave. Ciò è essenziale e gli astronauti sono esattamente ciò che ci serve attualmente: piloti che non hanno paura a gettarsi giù da un aereo e riescono a seguire le fasi di un motore che brucia senza battere ciglio. In futuro, quando il tragitto Terrà-Luna sarà diventato normale, partiranno più scienziati che piloti. Ma oggi no e io temo proprio di non avere i requisiti adatti. Forse mi accetteranno nel volo numero dieci: come si accetta un vecchio zio per farlo contento.

Magari farà a tempo a recarsi su Marte.
Marte è un’altra storia. La differenza principale tra un viaggio alla Luna e un viaggio su Marte è enormemente più lontano: di conseguenza, l’assenza dalla Terra è lunghissima. Recarsi su Marte non sarà un picnic di otto giorni come andare sulla Luna. Esigerà un equipaggiamento straordinario, una conoscenza centuplicata dello spazio: sappiamo così poco, ad esempio, delle radiazioni cosmiche. E poi bisognerà mandar molta gente, una vera e propria spedizione: tanto per dirne una, non si può far partire quindici uomini e più senza un medico capace di cavare un dente. Cosa fa un astronauta se gli fa male un dente? Abbandona i comandi? Insomma, dovremo raggiungere un livello tecnologico molto più alto per un simile viaggio, e io temo proprio che il volo su Marte sarà possibile solo dieci o quindici anni dopo il primo volo diretto alla Luna. 

Vuol dire che potremo già andarci verso il 1990?
Verso il 1985 all’incirca. Le sembra troppo lontano, uhm? 

Mi sembra spaventosamente vicino. E si aspetta anche lei di trovar vita su Marte, dottor von Braun?
Astronomi molto responsabili notano che col cambiare delle stagioni la vegetazione sboccia e appassisce. E’ indubbio che su Marte esistono almeno forme inferiori di vita. Esperimenti sulla Terra dimostrano senza ombra di dubbio che certi bacteri possono vivere e propagandarsi anche in un ambiente ostile come quello di Marte dove non esiste atmosfera, la forza di gravità è ridotta a un mezzo, e la temperatura è bassissima: pensi di andare al Polo Nord, salire dieci miglia, e quello è il clima di Marte. Naturalmente quando parlo di vita diversa dalla nostra, una vita che ha avuto duecento milioni di anni per svilupparsi: mentre noi ne abbiamo avuti solo 500.000. Fra duecento milioni di anni anche la vita terrestre riuscirebbe ad adattarsi a quella marziana o, se preferisce, sarà come quella marziana. Marte è un pianeta molto più vecchio della Terra.

Niente, quindi, che assomigli all’essere umano. Non alludo necessariamente a qualcosa che sia costruito come il corpo umano: un sacco acquoso e fornito di tentacoli che chiamiamo braccia e gambe, colmo di buchi che chiamiamo orecchi e occhi e bocca. Alludo a qualcosa che si muove e possiede intelligenza…
Uhm! Quella sulle creature intelligenti su Marte è una vecchia controversia. Può darsi benissimo che Marte abbia avuto, in un passato per noi remotissimo, alte forme di civiltà. Ma oggi direi che possiamo trovarci solo bassa vegetazione, tutt’al più forme inferiori di vita animale. Non mi aspetto di trovarci piccoli uomini verdi, no. E tuttavia… tuttavia… non voglio essere definitivo su queste cose. Tutto può essere, tutto può accadere. Sulla Luna ci son stato tante volte con la mia fantasia. Su Marte, no.

Torniamo sulla Luna, dottor van Braun. E mi dica: quali sono le probabilità che gli americani approdino alla Luna prima dei russi? Alludo a una frase che lei disse a un giornalista che le chiedeva cosa avremmo trovato sulla Luna. “I russi”, rispose.
Non so fino a che punto i russi appoggino il programma lunare: hanno anch’essi i loro problemi finanziari. Sono convinto che il loro programma spaziale sia molto aggressivo: per aggressivo intendo deciso. Ma ignoro se ad essi prema, come a noi, di atterrare presto sulla Luna. Del resto ciò che preme a noi è riuscire ad atterrarci: non arrivarci a tutti i costi per primi. La Luna in se stessa non è l’unico scopo del nostro lavoro, il solo obiettivo verso il quale orientiamo il nostro programma. La Luna è un momento del nostro programma, una esercitazione.

Allude al fatto che i russi pensino di scavalcare la Luna e andar giù lontano?
Voglio dire che possono scegliere altre tappe. Non più importanti o meno importanti. Per esempio se i russi dicessero “vogliamo costruire una stazione spaziale abitata” e dicessero “questo è il punto focale del nostro programma, ci interessa di più che atterrar sulla Luna”, ciò non sarebbe meno importante che atterrar sulla Luna. Insomma, arrivar sulla Luna primi o secondi non ha molta importanza, non è il solo modo per giudicare la capacità degli uni o degli altri a sviluppare i voli spaziali. Se due uomini costruiscono due navi per navigare un oceano, e uno decide di andare su un’isola, l’altro decide di andare sull’altra. Ha importanza che ci arrivino. Spero di essere stato chiaro.

Chiarissimo. Ma resta il fatto che questa è una corsa a chi arriva primo, e gli occhi del mondo sono su questa corsa. Chi arriva primo si guadagna gli applausi e la stima. Questo da un punto di vista scientifico può essere sciocco ma da un punto di vista umano o politico non lo è affatto.
Ma e proprio per questo che abbiamo scelto la Luna: pensando a chi ci guarda. Tutti sanno cos’è la Luna e dov’è e tutti comprendono cosa diciamo quando parliamo di andarci.

Mi dica, dottor von Braun: lei pensa che le conquiste spaziali rendano più facile il pericolo di una guerra o la diminuiscano?
Questa è una domanda tremenda alla quale nessun ingegnere o filosofo o scienziato potrà mai rispondere. La mia speranza ed anche la mia convinzione è che navigare nello spazio diminuisca le probabilità di una guerra: in quanto rende la guerra totalmente assurda, un suicidio collettivo, una rovina completa, anche per chi la scatena. Secondo me questi razzi che possono essere armi tremende di distruzione sono in realtà i più potenti guardiani della pace. È ben vero che le più grandi scoperte tecnologiche sono state provocate dalle guerre, pensi alla fisica nucleare e all’aviazione, alla radionavigazione e alla medicina, in tempo di guerra infatti si esige l’impossibile dagli scienziati e dalle industrie: ma è anche vero che i voli spaziali sostituiscono perfettamente lo stimolo che di regola vien dalle guerre.

E allora le chiedo un’altra cosa: se la Luna può essere usata per scopi militari. E se il noto progetto di collaborazione coi russi è possibile o no.
Non sono nella posizione adatta a commentare gli usi militari della Luna: e questo è lo scopo del nostro programma. Solo lo spazio nell’immediata vicinanza della Terra può servire ad usi militari. Collaborare coi russi, sì che è possibile. Nel campo dei satelliti meteorologici e delle comunicazioni fra i satelliti, la collaborazione esiste già. E poi, io lo dico sempre, potremmo metterci d’accordo sullo sviluppo di una base lunare. Tu voli coi tuoi razzi e io volo con i miei: quando siamo lassù costruiamo la base insieme. Assolutamente possibile.

L’uomo è fatto per andare dovunque voglia andare.

Anche vivere sulla Luna dove non c’è né aria né acqua né tutto ciò di cui abbiamo bisogno per vivere?
Ma certo: allo stesso modo in cui si vive dentro un aereo dove ci mangiamo la nostra bistecca, ci beviamo il nostro champagne,  e siamo assistiti da una hostess graziosa. Una volta fornito di un involucro terrestre, l’uomo può vivere ovunque. E lo farà. Solo trent’anni fa nessuno credeva che si potesse viaggiare in aereo di continente in continente: ed oggi è difficile trovare posto sugli aerei intercontinentali perché son sempre pieni di donne e bambini. Ci abitueremo alla Luna come ci siamo abituati agli aerei e il vecchio discorso che l’uomo è fatto per star sulla Terra non vale più. L’uomo è fatto per stare in qualsiasi posto vuol stare e per andare in qualsiasi posto vuole andare. 

E allora vien lecito chiederci dove ci porterà questo andare, dottor von Braun. Come un bambino curioso la scienza va avanti, scopre cose che non sapevamo, provoca cose che non immaginavamo: ma come un bambino incosciente non si chiede mai se ciò che fa è bene o è male. Dove ci porterà questo andare?
Molto lontano. Come ci hanno portato lontano le scoperte di nuovi mari, di nuovi continenti, la colonizzazione di nuovi paesi. E se questo ci porterà al bene o al male nessuno può prevederlo: fino a oggi l’uomo non ha fatto che provocare un mucchio di infelicità. Ma proprio attraverso quelle infelicità l’uomo è avanzato e al posto delle civiltà che distrusse ne ah sempre fondate di nuove. Così io non credo che ciò che facciamo sia male. Gli uomini devono andare sempre più lontano, devono allargare i loro spazi e i loro interessi: questa è la volontà dei Dio. Se Dio non volesse non ci avrebbe dato il talento e la possibilità di avanzare, mutare. Se non volesse, ci fermerebbe. Ciò la stupisce? Guardi: ho conosciuto molti scienziati su questa terra e non ho mai conosciuto uno scienziato degno di portar questo nome che riuscisse a spiegar la natura senza la nozione di Dio. La scienza cerca di capire la creazione ma la religione cerca di capire il Creatore e nessuno può fare a meno di cercar di capire il Creatore. È un ben povero scienziato colui che si illude di poterne fare a meno: uno scienziato che sfiora la superficie e non guarda nel fondo. Io tento di guardare nel fondo e ci vedo del bene.

Dio voglia, dottor von Braun, che questa volta lei abbia ragione.

Pubblicato in: on Luglio 21, 2009 at 1:58 pm Lascia un Commento
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Pubblicato in: on Luglio 20, 2009 at 3:27 pm Lascia un Commento
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Value Flows from Abundance [Kevin Kelly]

Plentitude, not scarcity, governs the network economy. Duplication, replication, and copies run in excess. Whatever can be made, can be made in abundance. This plentitude:
drives value
works to open up closed systems
spins off immense numbers of opportunities
Consider the first modern fax machine that rolled off the conveyor belt around 1965. Despite millions of dollars spent on its R&D, it was worth nothing. Zero. The second fax machine to be made immediately made the first one worth something. There was someone to fax to. Because fax machines are linked into a network, each additional fax machine that is shipped increases the value of all the fax machines operating before it.
This is called the fax effect. The fax effect dictates that plentitude generates value.
So strong is this power of plentitude that anyone purchasing a fax machine becomes an evangelist for the fax network. “Do you have a fax?” fax owners ask you. “You should get one.” Why? Because your purchase increases the worth of their machine. And once you join the network, you’ll begin to ask others, “Do you have a fax (or email, or Acrobat software, etc.)?” Each additional account you can persuade to join the network substantially increases the value of your account.
When you buy a fax machine, you are not merely buying a $200 box. Your $200 purchases the entire network of all other fax machines in the world and the connections among them–a value far greater than the cost of all the separate machines. Indeed, the first fax machines cost several thousands of dollars and connected to only a few other machines, and thus were not worth much. Today $200 will buy you a fax network worth $3 billion.

Plentitude, not scarcity, governs the network economy. Duplication, replication, and copies run in excess. Whatever can be made, can be made in abundance. This plentitude:

drives value

works to open up closed systems

spins off immense numbers of opportunities

Consider the first modern fax machine that rolled off the conveyor belt around 1965. Despite millions of dollars spent on its R&D, it was worth nothing. Zero. The second fax machine to be made immediately made the first one worth something. There was someone to fax to. Because fax machines are linked into a network, each additional fax machine that is shipped increases the value of all the fax machines operating before it.

This is called the fax effect. The fax effect dictates that plentitude generates value.

So strong is this power of plentitude that anyone purchasing a fax machine becomes an evangelist for the fax network. “Do you have a fax?” fax owners ask you. “You should get one.” Why? Because your purchase increases the worth of their machine. And once you join the network, you’ll begin to ask others, “Do you have a fax (or email, or Acrobat software, etc.)?” Each additional account you can persuade to join the network substantially increases the value of your account.

When you buy a fax machine, you are not merely buying a $200 box. Your $200 purchases the entire network of all other fax machines in the world and the connections among them–a value far greater than the cost of all the separate machines. Indeed, the first fax machines cost several thousands of dollars and connected to only a few other machines, and thus were not worth much. Today $200 will buy you a fax network worth $3 billion.

The low price of a fax machine today buys you an entire network, consisting of eighteen million machines. Each additional unit sold increases the value of your machine.

This notion directly contradicts two of the most fundamental axioms we inherited from the industrial age.

First hoary axiom: Value comes from scarcity. Take the icons of wealth in the industrial age–diamonds, gold, oil, and college degrees. These were deemed precious because they were scarce.

Second hoary axiom: When things are made plentiful, they become devalued. For instance, carpets. They were once rare handmade items found only in houses of the rich. They ceased to be status symbols when they could be woven by the thousands on machines. The traditional law was fulfilled: commonness reduces value.

The logic of the network flips this industrial lesson upside down. In a network economy, value is derived from plentitude, just as a fax machine’s value increases as fax machines become ubiquitous. Power comes from abundance. Copies are cheap. Let them proliferate.

Ever since Gutenberg made the first commodity–cheaply duplicated words–we have realized that intangible things can easily be copied. This lowers the value per copy. What becomes valuable is the relationships–sparked by the copies–that tangle up in the network itself. The relationships rocket upward in value as the parts increase in number even slightly.

Windows NT, fax machines, TCP/IP, GIF images, RealAudio–all born deep in the network economy–adhere to this logic. But so do metric wrenches, triple-A batteries, and other devices that rely on universal standards. The more common they are, the more it pays you to stick to that standard. We have an even older example in the English language. Wherever the expense of churning out another copy becomes trivial (and this is happening in more than software), the value of standards and the network booms.

In the future, cotton shirts, bottles of vitamins, chain saws, and the rest of the industrial objects in the world will also obey the law of plentitude as the cost of producing an additional copy of them falls steeply.

TED Lessons – Jill Bolte Taylor’s stroke of insight

Jill Bolte Taylor got a research opportunity few brain scientists would wish for: She had a massive stroke, and watched as her brain functions — motion, speech, self-awareness — shut down one by one. An astonishing story.

TED Lessons – Ken Robinson says schools kill creativity

Sir Ken Robinson makes an entertaining and profoundly moving case for creating an education system that nurtures (rather than undermines) creativity.

TED Lessons – Olafur Eliasson: Playing with space and light

In the spectacular large-scale projects he’s famous for (such as “Waterfalls” in New York harbor), Olafur Eliasson creates art from a palette of space, distance, color and light. This idea-packed talk begins with an experiment in the nature of perception.

650 Million Years in 80 seconds

Pubblicato in: on Luglio 17, 2009 at 1:17 pm Lascia un Commento
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Kaguya

SELENE (Selenological and Engineering Explorer), better known in Japan by its nickname Kaguya (かぐや?), is the second Japanese lunar orbiter spacecraft.[1]Produced by the Institute of Space and Astronautical Science and NASDA (both organizations that are now part of the Japan Aerospace Exploration Agency, or JAXA), the spacecraft was launched September 142007. After successfully orbiting the moon for 1 year and 8 months, the main orbiter’s operation finished by the controlled collision to the lunar surface on 18:25 June 10, 2009 (UTC).[2]

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Blogologhi/Blogologues – Atto III

…ogni mattina ti svegli e senti quel rumore preciso, poi piano arriva il profumo ed il sapore amaro del caffé e sai che di quel gusto nero e profondo come il mare non ti liberarai mai. Il caffé mi ricorda che vivi una vita intera in mezzo ai bar, che sono dovunque e che spesso sostituiscono la tua famiglia, tutto quello che hai da dire quando non sai cosa dire lo puoi trovare lì, al bar, che ti fa vivere per strada, sempre con gli occhi ben aperti verso il sole e verso il vento, verso questa terra così irrequieta e varia. Per strada allora! dove stanno i panettieri, le pizzerie, i ristoranti ed i ristoratori, i mercati ed i fruttivendoli panciuti, dove corre il pesce, fresco freschissimo! dove mettersi seduti a guardare il cielo, che da quaggiù ha un’aria sempre così malinconica e spensierata. è per questo che gli italiani fischiettano, si appostano per guardare passare le ragazze ed amano, amano alla follia tutto ciò che la donna rappresenta, la rendono unica e la inseguono, perchè se nasci in Italia, nasci in mezzo alle cose, basta guardare dov’é! basta prendere una cartina e mettersi a guardare. E’ in mezzo a tutto, in mezzo ad un continente, in mezzo al mare, in mezzo alle montagne, in mezzo alla storia, in mezzo ai confini. E quando stai in mezzo non ti puoi tirare indietro, devi giocare, devi agire, nasci irrequieto e con le idee nella testa, idee che ci hanno reso il paese più creativo che ci sia. Allora mi domando perché?! perché abbiamo inventato tutto e siamo il paese più vecchio del mondo? ah già, ecco perché…è colpa del cibo, sempre il cibo che sta dappertutto, mangiamo troppo bene, e quando mangi bene e sei contento – perché in Italia mangiare è ancora una festa – allora devi goderti quel momento, e nel goderselo ci siamo messi ad amare anche il vino, e se metti tutte queste cose insieme è molto semplice capire perché viviamo a lungo, così a lungo da diventere vecchi, così vecchi che finalmente arriviamo a capire che le uniche nostre religioni sono il cibo, il calcio e le donne. Mi domando ancora una volta chi è un italiano. Un italiano non vuole salvare il mondo, un italiano vuole vivere bene e godersela, e non ha nessuna paura a dirtelo, con le sue cravatte, la giacca, la scarpa giusta, gli occhiali da sole, e quell’aria da furbo, ecco cos’è un italiano, uno che crede di essere più furbo degli altri, e sarebbe quasi credibile se non fosse per i suoi occhi sinceri. Maledizione! ci hanno fatti italiani e ci hanno dato gli occhi della verità. Credo che un italiano non sappia mentire, che abbia un cuore, nonostante tutto, e che per quanto si possa sforzare prima o poi queste cose ti fregano, prima o poi qualcuno se ne accorge che nel gruppo c’è un italiano. E chi è l’italiano? è facile, in un gruppo l’italiano è quello che gesticola, che parla ad alta voce e che non smette mai di muoversi. Ecco cosa siamo! dei quasi furbi che si dimenano in mezzo ad una folla di persone immobili, è per questo che non siamo capaci di stare in fila, di amare le regole, cerchiamo sempre un’altra via, una scorciatoia, un sotterfugio, ed abbiamo quella straordinaria illusione che c’è sempre un modo, c’é sempre un’alternativa, che sia lecita od illecita, giusta o sbagliata, c’é sempre un’altra maniera di vedere le cose.

…every morning you wake up and hear that precise sound, then comes the scent and the bitter taste of coffee and you know that you’ll never free yourself from that black and deep as the sea taste. Coffee reminds me that I live a whole life among the bars, which are everywhere and often replace your family, all you have to say when you do not know what to say you can find it there, at the bar, which makes you live on the streets, always with eyes wide open toward the sun and into the wind, toward this land so restless and varied. In the streets then! where are the bakers, pizzerias, restaurants and caterers, markets and grocers belly, where it runs the fish – fresh!fresh! – where to put them sit and watch the sky, which here has always looked so melancholy and carefree. That’s why Italians whistle, take up position to watch the girls go and love, love to distraction all that she represents, make it unique and chase it, because if you’re born in Italy, you’re born in the middle of things, just look at its position! just take a map and start watching. It’s in the midst of everything, in the midst of a continent, in the midst of the sea, the mountains, surrounded by history, in the midst of the borders. And when you’re in the middle you can not pull back, you’ve to play, you have to act, was born restless in my head fullo of ideas, ideas that have made us the most creative country. Then I wonder why?! Why we invented everything and we are the oldest country in the world? oh yes, that’s why…it’s food fault, always food that is everywhere, we eat too well, and when you eat well and you’re happy – because in Italy eating is still a party – then you enjoy that moment and enjoy it that much that we fell in love with the wine, and if you put all these things together is very easy to understand why we live longer, long enough to grow old, so old that finally we come to realize that our religions are: food, football and women. I wonder once again who is an Italian. An Italian does not want to save the world, an Italian wants to live well and enjoy it, and is not afraid to tell you, with his tie, his jacket, the right shoe, sunglasses, and that air of cunning, that’s an Italian, one who thinks he’s smarter than others, and would be almost credible if it were not for his honest eyes. Damn! They made us Italians and gave us the eyes of truth. I believe that an Italian doesn’t know how to lie, who has a heart, after all, and sooner or later these things will screw you, sooner or later someone will realize that there is an Italian in the group. And who’s the Italian? easy: in a group the Italian is the one who’s gesticulating, talking out loud and never stops moving. Here’s what we are! We are nearly clever wiggling in the midst of a crowd, which is why we are not able to stand in line, to love the rules, we always try another route, a shortcut, a subterfuge, and we have this extraordinary illusion that there is always a way, there is always an alternative, whether lawful or unlawful, right or wrong, there is always another way of seeing things.

Pubblicato in: on Luglio 14, 2009 at 10:22 pm Lascia un Commento
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